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Sagra del superpolentone Bubbio (AT)
Prima domenica dopo Pasqua
Bubbio è un comune della provincia di Asti.
Il borgo di Bubbio (dal latino bivium, perché posto sull'incrocio di strade romane tra la Valle Bormida e l'Astigiano), ha mantenuto intatte alcune importanti caratteristiche urbanistiche, con le vecchie case disposte ai lati della trecentesca Via Maestra, delimitata rispettivamente dal castello e dalla chiesa parrocchiale, e una serie di contrade, vicoli e scalinate che creano scorci suggestivi e angoli di pietra dimenticati dal tempo.
Il paese sorge su una terrazza rocciosa affacciata nel suo tratto più dirupato sul fiume Bormida e digradante dagli altri lati in campi e prati verso la valle dove lo "stradone" di montiana memoria si biforca in direzione.
Il primo documento su Bubbio risale al 1142, anche se il luogo era già abitato in epoca romana. Bubbio appartiene a Bonifacio Minore di Cortemilia, figlio di Bonifacio Mar chese del Vasto. Nel 1205 Bubbio viene ceduto a Manfredo II di Saluzzo.
In paese è molto viva la tradizione folklorica del Piemonte contadino che, adeguatamente rivalutata da Comune e Pro Loco, sta diventando un elemento trainante del turismo locale.
Anche qui, come nei vicini centri di Monastero, Cassinasco, Roccaverano e Ponti, la festa principale dell'anno è il Polentone, fissato per la prima domenica dopo Pasqua.
Derivato forse dalle antiche distribuzioni rituali di fave e lenticchie, poi sostituite dalla più recente farina di mais, occasione per socializzare con il "diverso" in concomitanza con l'arrivo in paese dei magnin (i calderai stagnatori di pentole e paioli) il Polentone si è a poco a poco costruito una dignità storica basata su una leggenda che, per quanto improbabile nei dettagli, mette comunque in evidenza il rapporto tra calderai e popolazione locale e la dura realtà di miseria cronica della Langa contadina dei secoli passati.
Si narra dunque che una primavera di tanti anni fa giunse a Bubbio un gruppo di calderai, che trovò una situazione economica e sociale disperata a causa della carestia e dell'editto del Marchese che imponeva l'inasprimento delle tasse e dei dazi.
I Bubbiesi danno vita a una sommossa e il castellano, accogliendo le richieste popolari, ordina che sia consegnata alla gente della farina di granturco per sfamare tutti, abitanti e passanti; la rivolta si placa e il feudatario, uscito in corteo con tutto il suo seguito, stabilisce l'inizio della cottura della grande polenta e della festa collettiva, a cui partecipano anche i calderai.
A loro infatti si deve la creazione del paiolo di rame in cui viene cotta la polenta che, appena benedetta, viene innalzata sul tagliere da tutti i cuochi per inneggiare alla sua realizzazione.
La tradizione si ripete ogni anno e la rievocazione storica viene riproposta con grande fedeltà, con la degustazione della polenta.
Da qualche tempo la manifestazione comprende anche, oltre a banchi fieristici e rappresentazioni di antichi mestieri, una "serata magica" la sera del sabato precedente, con spettacoli di arte varia e ambientazioni medioevali per le vie del paese.
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