| Le Foreste Casentinesi
costituiscono in realtà un unico, splendido complesso forestale,
il più grande dell'Appennino. La foresta si estende a cavallo
dello spartiacque tra Emilia Romagna e Toscana, dal monte Falterona
a nord, al passo dei Mandrioli a sud.
Il nuovo parco nazionale ha così riunito le riserve statali
di Campigna, Scodella, Sasso Fratino, Camaldoli e Badia Prataglia
e occupato alcune decine di migliaia di ettari in Toscana e
in Romagna, di centri di elevato valore naturalistico. In tutto,
oltre 38.000 ettari.
Il paesaggio cambia tra un versante e l'altro. Tanto è dolce
e dalle pendenze morbide quello toscano, dove predomina la roccia
arenaria cementata dal calcare (il cosiddetto "macigno"), così
è ripido e accidentato quello romagnolo, fatto di arenarie marnose
molto più vulnerabili all'erosione.
Tutta
questa parte di Appennino, fatta di rocce impermeabili, è ricca
di acque. Dal versante toscano nasce l'Arno, il fiume di Firenze
e di Pisa, le cui piene nel corso dei secoli hanno portato alle
due città il legname delle foreste del Casentino e della Romagna.
Conosciamo molto bene la storia delle Foreste Casentinesi.
Sappiamo come sono state trasformate, quando, e per quale motivo,
grazie agli archivi del monastero di Camaldoli e dell'Opera
del Duomo di Firenze, che per lunghi secoli ne sono stati i
proprietari. Protagonista indiscusso del parco nazionale è,
insieme al faggio, il grande abete bianco, conifera in origine
tipica di tutto l'Appennino italiano.
Con il suo fusto colonnare alto anche più di trenta metri, l'abete
bianco, è stato l'albero preferito negli arsenali navali e nelle
grandi costruzioni edilizie fin dai tempi dei romani. Per questo
motivo è sempre stato tagliato più degli altri, fino a scomparire
quasi ovunque.
Ma non nel Parco, dove
è stato non solo conservato, ma addirittura preferito agli altri
alberi (al faggio, ma anche ad altre specie più pregiate) e
ripiantato fino a formare grandi abetine pure che in natura
non esistono. La fascia di vegetazione compresa tra gli 800
e i 1300 metri è quella che ha subito le maggiori alterazioni.
E', appunto, la fascia tipica del bosco misto di abete bianco
e faggio (normalmente più abbondante dell'abete), con diverse
altre specie arboree come l'acero montano, il frassino maggiore,
l'olmo montano, il tasso, ecc. Al di sopra dei 1300 metri di
altitudine, invece, le foreste sono ancora costituite quasi
interamente da splendide fustaie di faggio, con qualche acero
montano, e deve essere sempre stato così.
Al di sotto degli 800
metri predomina tuttora il querceto caducifoglio, con cerro
soprattutto, ma anche rovere, tiglio, roverella, pioppo tremolo,
carpino bianco, carpino nero e orniello. C'è però un pezzo delle
Foreste Casentinesi, circa 700 ettari tutti sul versante romagnolo
del parco nazionale, un pò speciale.
E' la foresta di Sasso Fratino, protetta fin dal 1959 dall'istituzione
di una riserva integrale e di eccezionale importanza scientifica.
Si tratta infatti di uno dei pochi esempi di foresta eccezionalmente
conservata ad esempio di come doveva presentarsi il nostro continente
dopo l'ultima glaciazione circa 10.000 anni fa quando, ritiratisi
i ghiacci, si coprì nuovamente di alberi.
Il
sottobosco delle Foreste Casentinesi è molto ricco, e comprende
anche specie altrove non più frequenti e rare come la tozzia,
fiore delle Alpi che non si incontra in nessun altro luogo dell'Appennino
e qui rimasto dopo la fine dell'ultima glaciazione. Le foreste
di questo parco nazionale sono tanto straordinarie da lasciare
quasi nell'ombra gli animali che ci vivono. La presenza più
evidente è quella degli ungulati, anche se non tutti originari.
Lo sono il cervo e il capriolo, ma non il daino e il muflone,
tipici degli ambienti mediterranei e qui introdotti dall'uomo.
L'unico grande carnivoro ancora presente è il lupo, che è anzi
in fase di espansione come su tutto l'Appennino. L'orso bruno
e la lince sono estinti. Sono invece abbondanti i piccoli mammiferi
del bosco come faina, ghiro, topo quercino, riccio e scoiattolo.
Spicca tra gli uccelli la presenza dell'aquila reale e del gufo
reale, ma si incontrano anche la maggior parte dei rapaci italiani,
dalla poiana al falco pecchiaiolo, dal greppio all'astore. Nel
tronco degli alberi più vecchi scavano il nido il picchio rosso
maggiore e minore e quello verde, mentre lungo le rive dei numerosi
torrenti vivono il merlo acquaiolo, la salamandra pezzata e
la salamandrina dagli occhiali. |